La settimana in via di conclusione ha visto, tra gli attori di rilievo, le Banche Centrali. In particolare, martedì e mercoledì il FOMC della FED ha optato per il secondo rialzo dei tassi dell’anno portandoli al 2%, come già scontato dal mercato da un mese e mezzo. Giovedì è stato, invece, il giorno di Mario Draghi, il quale ha svelato la politica monetaria per il resto dell’anno ed ha dato indicazioni per il 2019.

Ma quale scenario devono gestire Powell e Draghi?

Il primo, è erede di un QE durato diversi anni che, insieme a politiche fiscali, industriali e di bilancio, ha riportato l’occupazione a livelli altissimi, inflazione intorno al 2% e PIL in crescita. Senza tralasciare la marea di investimenti in tecnologia delle aziende quotate nel Nasdaq che hanno generato un ingente ammontare di valore e grandi aspettative di sviluppo. Powell dovrà quindi gestire il livello dei tassi d’interesse coerentemente al target di disoccupazione ed inflazione nel medio termine. È proprio quest’ultima che potrebbe creare qualche problema alla Fed. Vista l’imprevedibilità, per certi aspetti, di tale variabile, non si può escludere il rischio che possa sfuggire di mano e costringere la Banca Centrale d’oltre oceano, non tanto ad una severa gestione dei tassi, quanto piuttosto a rivedere velocemente il suo attivo di bilancio. In pratica, riassorbire in modo importante la quantità di base monetaria a disposizione dell’economia, moltiplicatasi con il QE come si evince dal grafico sottostante disponibile sul sito della Federal Reserve di St. Louis.

Al momento i mercati USA, forti anche delle politiche iper espansive di Trump e delle aspettative di incremento sostenuto del PIL, sembrano non scontare questa possibilità. Ma come si sa, la doccia fredda può arrivare tutta insieme. L’altro aspetto che Powell dovrà governare indirettamente, riguarda gli effetti delle politiche protezionistiche del Governo USA. Tralasciando le considerazioni sulle reazioni dell’Europa e del Canada, ciò che rileva riguarda la Cina, un mercato immenso, dove sono in atto una infinità di investimenti, il cui esito potrà essere fortemente condizionato dalle politiche di Pechino.

Per quanto attiene la BCE, la situazione è ben diversa. Mario Draghi, deve gestire un QE in via di risoluzione, un PIL in crescita trainato dai soliti noti, un tasso d’inflazione che gradualmente si sta avvicinando all’obiettivo di breve termine (ma non di medio ancora) ed un mercato del lavoro ancora debole. Quello che preoccupa di più, forse, non sono i numeri, ma le spaccature all’interno della BCE, che riflettono le posizioni dei Governi degli Stati Membri in materia di politica fiscale e di bilancio. In più, di mezzo, ci si è messo Trump con le politiche protezionistiche. L’impatto che queste misure potranno avere sull’economia Europea, non sono chiare, visto che non sono neanche note le reazioni da parte dell’UE. Certo è che complicheranno le aspettative sull’Euro con tutti i naturali e conseguenti effetti sulla bilancia dei pagamenti.

 

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